Napucalisse di e con Mimmo Borrelli

Napucalisse di Mimmo Borrelli è un lavoro di struggente bellezza dedicato alle due facce di Napoli, quella condannata e innocente, un’oratorio con musiche dal vivo eseguite da Antonio Della Ragionein scena al Teatro Nuovo di Napoli fino al 15 novembre.

La storia vede come protagonista il Vesuvio distruttore e creatore di vita, amato e odiato dalla sua gente, personificazione, secondo una leggenda locale, di Lucifero. A interloquire con lui è un Pulcinella, senza la sua abituale maschera, che cerca di placarlo raccontandogli una Napoli bella, caricaturale attraverso gli stilemi di un matrimonio di quartiere. Il Vesuvio si diverte, sembra apprezzare fin quando il racconto amaro di una Napoli cattiva e violenta, dell’Assassino ‘i Cartone, senza futuro, finisce per scatenare la furia del vulcano che comincia ad eruttare seppellendo tutto.

Napucalisse, titolo geniale che mescola le parole “Napule” e “Apucalisse”, è un dialogo tra tre personaggi-emblema di questa città: il Vesuvio, “Montagna fatta ‘e lava ‘e cient’ lengue” che possiede la vita di tutti i napoletani per citare una straordinaria canzone degli Spakka-Neapolis 55 ; l’uomo di cultura, il Pulcinella, che ancora difende a spada tratta una città indifendibile, sotto molti punti di vista, e L’Assassino ‘i Cartone, cioè colui che vive la città chiudendo gli occhi e tappandosi le orecchie. Borrelli, quindi, è costretto, sia con la sua fisicità che con la sua personale grammatica, a cambiare spesso registro senza mai perdere la sua bussola, rappresentata dai suoi modelli teatrali e culturali: l’Annibale Ruccello di “Ferdinando”, la lingua babelica e lo spazio scenico di Enzo Moscato, l’istrionismo di Toni Servillo, l’indagine antropologica di Ernesto De Martino e le suggestioni linguistiche di Michele Sovente.

Dov’è, quindi, la forza di Mimmo Borrelli? Nel tradimento dei suoi riferimenti, nella costruzione di una lingua marina e infuocata del tutto nuova, che parte, teoricamente, dal pastiche linguistico ma che si fa drammaturgia per attore-orante recuperando la tradizione orale del racconto, cioè del riferire un testo a un pubblico. Non è finita qui: Borrelli è figlio della sua terra, inventa partendo dalle sue radici, dalle sue ferite. La sua lingua non è fatta solo di parole ma di suoni, grugniti, urla e affonda, senza intellettualismi, in una polimorfia lessicale che unisce tutta la nostra Penisola. Non c’è bellezza nel teatro borrelliano se non la bellezza del rito, non c’è spettacolo se non lo spettacolo morente di un mondo plurale. Le sue sono istantanee a cui affidarsi per rinnovare il nostro sguardo sulla Città, fulminanti immagini violente, bastarde, che, clandestinamente, si fanno spazio nelle nostre vene (“Napule ca o’ piglia, ‘ndè pacc mentre figlia”). Questa, per me, è utopia di Teatro, lo straziante canto di un Ulisse che eleva la sua Bacoli a ferita universale continuando l’opera del poeta di Cappella, Michele Sovente. La Pagina scritta, incendiabile, che non solo diventa Scena ma gioco, festa, banchetto e rito funebre.